Archivi delle etichette: Comunicazione

R-Shief: News & Voices from the Arab World & Spring/ Le voci della Primavera Araba

25 giu

How are media handling with the mass of infomation coming about the Arab world, how does the Internet deal with all these news, what about the so-called ” Arab Spring“? Today I discovered R-Shief, a digital platform that provides real-time analysis of opinion about late-breaking issues in the Arab world. By using aggregate data from Twitter and the Web, R-Shief can dissect how people in Egypt are reacting to the latest changes to the constitutional process; how Libyans perceive the presence of NATO forces and Bahrainis perceive the presence of Saudi military; and how pro-regime supporters in Syria are using social media platforms. R-Shief is building a Pan-Arab Internet aggregator as well as Twitter data mining tools, and publishing data visualizations based on its findings.


The data visualizations crystallize the objective of including the input of a “community-author” in knowledge production. The interactive visualizations are a form of amplifying expert, popular, and imaginative voices in the Arab world. Configuring ideas and activating virtual landscapes—aggregating, visualizing, reviewing, and building community—R-Shief is a new way to document as well as to mobilize a multilingual practice.

In Italiano:
Il 2011 è un anno di grandi trasformazioni e sommovimenti sociali, specie nel Nord Africa e in gran parte dei paesi arabi. Dopo anni di sonnolenza e relativa “calma”, spesso dovuta a repressione e a censura a vari livelli, enormi masse di persone discutono, si incontrano, decidono e protestano per ottenere maggiore libertà, per imporre cambiamenti in senso riformista e democratico. I social media come Facebook e Twitter mostrano vari riferimenti e vi sono molte voci che si collegano con la cosiddetta “Primavera Araba” e diventano una specie di ‘piazza virtuale’ dove i manifestanti s’incontrano e gettano le basi per le future rivendicazioni, in massa. Questo è successo in Tunisia, in Egitto, ora in Siria, ma un po’ dappertutto si notano varie voci. Ecco perché R-Shief diventa interessante: R-Shief è una piattaforma digitale che fornisce analisi e opinioni in tempo reale riguardanti le questioni dirompenti e di stringente attualità nel mondo arabo. R-Shief aggrega tutti i dati e le informazioni provenienti da Twitter e dall’intero Web per delineare un quadro complessivo e plurivoce dei fatti e degli eventi in corso.

Changes in Media/ Come cambiano i mezzi di comunicazione?

25 dic

This video shows facts and stats focusing on the changing media landscape, including convergence and technology. The video was developed in partnership with The Economist at the end of 2009. I think it is still worth watching, even in 2011, even on the part (especially) of teachers.
In Italiano:
Come cambia il panorama dei mezzi di comunicazione (di massa)? Siamo in presenza degli stessi strumenti di qualche anno fa oppure la scena sta cambiando rapidamente e in che direzione? Questo video (in inglese) è stato sviluppato anche in collaborazione col settimanale politico-economico e finanziario inglese The Economist e penso sia utile conoscere dati e statistiche, anche da parte degli insegnanti.

 

Download now or watch on posterous

Did_You_Know_4.0.mp4 (16429 KB)

 

Tools come & go… Obsess about ideas, instead/ Gli strumenti vanno e vengono: invece, insisti sulle idee

12 set

I fully declare my plagiarism here: this brief post is totally inspired by “Presentation (and life) lessons from the dojo” appeared in Presentation Zen and hereby I credit the authors of it. I think they will be glad to know about a fertile dissemination over the Internet scene, Italy included. The central idea of the post seems to focus on the ideas, rather than keep running after tools, which may come and go away: they are definitely right. Moreover, the sport of judo can help us to focus on effective communication and enhance our creativity… (Photo credit: Presentation Zen)

Photo credit: Presentation Zen“Kyuzo Mifune’s seven rules of judo practice.
These seven rules are written for those who practice the martial art of Judo, yet you can use your imagination to see how these simple rules are invaluable guides that you can apply to your own life and work outside the dojo…
Take some time to think about these seven rules as they relate to your own life and work.

  1. Do not make light of an opponent.
  2. Do not lose self-confidence.
  3. Maintain a good posture.
  4. Develop speed.
  5. Project power in all directions.
  6. Develop self-control.
  7. Never stop training.”

In Italiano:

Shiro Saigou, maestro di judo (1866~1922, Aizuwakamatsu, Fukushima)

In questo post dichiaro di essere totalmente NON creativo, anzi, di aver copiato spudoratamente l’idea da un interessante post di Presentation Zen dal titolo “Presentation (and life) lessons from the dojo“. L’occasione è buona per focalizzare l’attenzione non tanto sugli “strumenti” tecnologici a disposizione, quelli che in inglese chiameremmo Tools, quanto sulla qualità delle idee che vi stanno dietro, che muovono gli strumenti stessi. Il concetto di fondo è che gli strumenti vanno e vengono, possono cambiare e non serve esserne ossessionati. Il punto di svolta è l’idea e la creatività che possono capovolgere le cose.
Per giungere alle idee non entrerò nella Caverna di Platone, a verificare le ombre e le luci, quanto – dice Presentation Zen nella persona di Gary Reynolds – sottolineerò le 7 regole del Judo:

  1. Non gettar luce su un avversario.
  2. Non perdere la stima di te stesso/a.
  3. Conserva una buona posizione.
  4. Sii veloce.
  5. Proietta il potere e autorevolezza in tutte le direzioni.
  6. Sviluppa l’autocontrollo.
  7. Non smettere mai d’allenarti e migliorarti.

Quando il Web aiuta/consiglia sul come “flirtare”…

13 giu

Vi risulta alquanto difficile attrarre l’attenzione di qualcuno che vi interessa? Non siete abbastanza “coraggiosi” per flirtare con una donna, un uomo che vi ha colpito? E’ indubbio che flirtare può risultare difficile, specialmente se non siamo sicuri dell’approccio o della risposta. Indubbiamente, non vogliamo metterci in una situazione critica. In altre parole, non vogliamo fare cilecca (o danno).
Secondo Wikipedia, Flirting è una forma d’interazione sociale in cui una persona mostra chiaramente un interesse romantico o sessuale verso un’altra. E’ una forma in cui entrano in gioco la conversazione, il linguaggio del corpo, il contatto visivo e può essere unidirezionale o condiviso (incoraggiato) con il desiderio di conoscere la persona su un piano assai più personale.
Il flirting può includere parlare e muoversi in una maniera da suggerire un’intimità maggiore con l’altro/a, possibilmente in maniera appropriata, senza infrangere le buone regole del comportamento sociale. Il bello di tutto questo è che può succedere con ironia o con un approccio ludico, sempre per raggiungere un’intesa con la persona interessata.

Oggi “giravo” su Internet e utilizzando Google Reader (il servizio che vi mette in evidenza le notizie e i contenuti Web di vostro interesse e scelta) ho capitato questo video curioso, ma interessante e didatticamente utile, specialmente per i colleghi insegnanti di lingua inglese: “How To Flirt With Women.” Vi sono decine di video su contenuti simili, anche ben strutturati e sono sicuro che i vostri alunni sarebbero ben lieti di apprendere l’inglese attraverso questi strumenti didattici…
Quanto sono efficaci i suggerimenti del video? Ecco una bella prova sperimentale e di socializzazione per l’inizio del nuovo anno scolastico e le attività di ice-breaking (letteralmente: “rottura del ghiaccio” fra persone).

Kidblog: blogging per ragazzi

14 apr

Ogni giorno ne spunta una nuova. Parlo di strumenti e opportunità per esprimersi e condividere i propri pensieri, le foto, idee e molto altro. Questo blog funziona (abbastanza bene, peraltro) grazie a WordPress che mi permette di inserire vari elementi e anche “postare” attraverso il telefonino.’ Cosa succede se vogliamo uno strumento meno serioso, ma non per questo più banale? Oggi mi sono imbattuto in Kidblog, che pare fatto apposta per gli insegnanti, ma solo per rendere possibile un maggiore coinvolgimento dei ragazzi, fin dalla più tenera età e fin nelle più intime fasi dell’esperienza del blog.
Kidblog nasce per ospitare community e mini social network in una dimensione di classe, ma nulla vieta di pensare più in grande e rivolgersi a una scuola intera. Ogni studente avrà il suo blog personale, amministrato dall’insegnante, visualizzabile solo all’interno della community. Il tutto pare gratuito, semplice e sicuro, con vari accorgimenti per la riservatezza di quanto inserito dai membri e dei profili personali.

FlowDock: comunicazione come flusso condiviso e organizzato

11 apr

In un’epoca in cui la massa d’informazioni è rilevante e sempre più crescente, risulta strategico canalizzare, organizzare e rielaborare tali informazioni. Per organizzare e rielaborare in un secondo tempo le informazioni e i link reperiti durante una navigazione internet possiamo adoperare varie applicazioni e tutte flessibili o integrabili con i vostri browser preferiti: Evernote, ReadItLater, InstaPaper e, infine, FlowDock.
FlowDock è letteralmente “Flusso nella console” di comando e si presenta in versione Beta, con un’interfaccia elegante e pulita (ricorda Apple Mac OS). FlowDock assomiglia molto a Google Buzz, senza l’integrazione con la posta elettronica quindi richiede l’account (gratuito) e l’invito ai propri interlocutori (tramite email). E’ possibile accedere attraverso Facebook e Twitter, nonché organizzare la propria schermata con le applicazioni e impostazioni desiderate. A breve sarà possibile anche esportare i dati e i flussi comunicativi svolti con FlowDock in caso si decida di non usare più il servizio stesso. Infine, presto saranno disponibili le versioni per cellulari: Apple iPhone, Android, Nokia e Palm.

Libri sostituiti da Internet, i rischi di un “Paper Divide” e le parole in libertà

6 dic

Quel che riporto appresso è frutto della lettura dell’opinione di Gustavo Ghidini pubblicata dal Corriere della Sera di sabato 05/12/2009, col titolo “Grandi libri sostituiti da Internet. I rischi di un Paper Divide”.
Il succo dell’articolo è che Internet forma “un singolare accoppiamento: una scarsa capacità di approfondimento e di riflessione individuale”, perché pare che “sulla schermata del computer ci si soffermi meno, rispetto alla pagina scritta, a ragionare criticamente” [corsivo mio] Dopo alcune righe, Ghidini giunge a ipotizzare anche una “deriva per la quale molti giovani finiscano per evitare i libri, specie i grandi libri, e a rinunciare a una estesa lettura dei giornali per un rapido ‘giro’ in rete… ragione civile…”
Ora io credo che Ghidini dica una cosa giusta e prenda numerose cantonate. Per precisione, è vero che guardare lo schermo stanca e solo quando stampiamo una pagina scritta col word-processor notiamo e rileviamo gli errori di battitura, di costruzione del discorso e quant’altro.
Le cantonate consistono, a mio modesto parere, nel ritenere che le modalità di fruizione del contenuto digitale siano le stesse di quelle della lettura della pagina cartacea – con annesse riflessioni – e che le associazioni mentali scompaiano assieme alle buone letture di fronte a un semplice aggregatore di notizie RSS, Atom o NewsFeed.
Non so quanto Ghidini sia competente in materia, forse si limita alla proprietà industriale e al lavoro di ricerca alla Luiss o altrove. Sinceramente non so neanche l’intento del Corriere della Sera nell’ospitare una discussione che si potrebbe benissimo fare al Bar dello Sport (con tutto il rispetto dei baristi e degli avventori).
Quel che inferisco psicologicamente è che:
1) Internet serve per una mera ricerca di notizie e informazioni bibliografiche (a detta dello stesso Ghidini);
2) Il “Digital Divide” non esiste in quanto c’è gente che legge relazioni e giornali cartacei a fronte di internauti;
3) Il “Digital Divide” accoglie equamente analfabeti totali e di ritorno, gente che un giornale e un libro non li legge neanche morti o pagati, ma anche gente ‘perbene’ e alto-borghesi;
4) La fantomatica divisione che Ghidini enuncia esiste solo in Italia perché solo qui si legge sempre poco e male, mentre il vero “Digital Divide” nei paesi esteri, specie nel mondo anglo-sassone, consiste nell’impossibilità di masse di persone ad accedere ai servizi, alle facilitazioni ottenibili, alla semplificazione della vita burocratica tutto via internet;
5) Chi “legge le notizie online è spesso indotto a saltare gli articoli di appronfondimento”. Ghidini scrive questo perché gli brucia che Google e altri aggreghino notizie a scapito dei guadagni degli editori o perché non conosce la dinamica della comunicazione multimediale?
6) Penso modestamente – e non sono un esperto nel campo – che chi legge ed mostra curiosità intellettuale lo faccia sia su internet che per via cartacea.
Per concludere, dico solamente di diffidare – ideologicamente – di quelle persone che ritengono difficile la condivisione di notizie e la loro rielaborazione al fine di costruire nuove conoscenze, di non potere gestire la complessità. Parafrasando e imbastardendo Edgar Morin, pare che qui non solo si evita la complessità, ma pure se ne neghi l’esistenza.

Google Wave cambierà l’email e il modo di comunicare sul web?

2 ott

Creato da due ragazzi che originariamente lavoravano su Google Maps a Sydney, in Australia, il concetto che sta alla base di Google Wave (GW) è di “unificare” la comunicazione sul web. Chiariamo tutto: Google Wave (in inglese “Wave” significa “Onda”), non è disponibile per tutti, ma al momento è disponibile per alcuni sviluppatori e solo “su invito” negli USA e nel mondo a una platea di tester scelti.
GW è un ibrido fra email, web chat, IM (Instant Messaging), e software per il project management che il colosso californiano di Mountain View sta lanciando da qui all’anno prossimo,  come è possibile vedere dalla schermata d’anticipazione google-wave-large

Ma vediamo meglio e nel dettaglio:

  1. Una “wave” (onda) consiste in parti uguali di conversazione e documento. Le persone possono comunicare e lavorare assieme con testi complessi e comprendenti foto, video, mappe, e altro.
  2. Una “wave” è condivisa. Qualsiasi partecipante può replicare in qualsiasi parte del messaggio, rivederne il contenuto e aggiungere ulteriori partecipanti in qualsiasi punto del percorso comunciativo. Poi il meccanismo di “playback” ci farà “risentire” cosa e quando le persona hanno comunicato.
  3. Una “wave” avviene dal vivo. Tutti possono interagire online, in tempo reale.

Per precisare quanto finora detto, GW comprende anche la possibilità di re-play (ripetere) le conversazioni perché registra l’intera sequenza di comunicativa, carattere dopo carattere. Proprio per questo, le discussioni e conversazioni avvengono dal vivo su GW: si potrà letteralmente vedere i nostri partner di conversazione aggiungere parola dopo parola. GW non si ferma qui. Google Wave supporta anche la possibilità di trascinare file di qualsiasi tipo dal nostro desktop nella GW. GW quindi caricherà i file selezionati per spedirli subito a chiunque sia nella sequenza comunicativa e ciò permetterà di inserire (“Embed”) le stesse conversazioni GW in qualsiasi blog.
GW rivoluzionerà il mondo dell’email e l’intero modo di comunicare attraverso il Web? E’ probabilmente presto per dirlo, però osserviamo che:
google-wave

  • Google fornisce una pluralità di servizi ben integrati e assai funzionali, anche al di fuori del mondo di Google;
  • La pervasività di Google può rappresentare un ostacolo psicologico al suo sviluppo, perché Google è avido di informazioni dei suoi utenti;
  • I benefici potenziali a livello didattico sono enormi: si potrebbero sviluppare abilità comunicative di base in tutte le lingue, rielaborative e d’astrazione (complesse), emotive ed empatiche;
  • Wave potrebbe risolvere molti problemi di integrazione fra diverse esigenze didattiche, dalla produzione scritta a quella orale, dalla ricerca di contenuti all’uso di “materiale autentico”, specie per l’insegnamento linguistico, senza contare la possibilità d’integrare una specie di “mappa concettuale” visivamente immediata e accattivante.
  • Infine, possiamo usare il social networking come GW come sistema di supporto agli studenti e di sistematizzazione (“scaffolding”) dell’apprendimento.

Psicologia e voglia di Social Networking… Davvero?

10 apr

Scrivo volentieri questo post grazie ai suggerimenti e alle riflessioni sorte dopo i commenti di un lettore del blog, Alberto2007, sul Webcast della IBM. A sua volta, Alberto cura il suo blog a questo link qui.
Il tema della nostra comune riflessione è l’uso – anche a semplice scopo sociale – di una community online come LinkedIn, che raccoglie esperienze e figure di professionisti, quindi con un target e motivazione diversi rispetto a qualsiasi altro social network (SN, come Facebook, per intenderci).
Il filo conduttore è: usare o no i social network anche come semplice mezzo di comunicazione, in che termini, in che misura? Sintetizzo appresso alcuni spunti di riflessione:

  • Strumenti del SN come LinkedIn, per esempio, possono funzionare bene come aiuto al planning aziendale e/o come dice Alberto2007 come “cocktail party infinito dove poter avvicinare qualunque tipo di cliente”.
  • Noto, però, che non tutti sono vogliosi di “collaborare” e/o interagire online e vi sono remore psicologiche all’uso.
  • Comunicare vuol dire conoscere, pensare, agire, partecipare, relazionarsi, essere se stessi. La comunicazione è una componente indispensabile per costruire realtà sociali dove poter trasmettere conoscenze, pensieri, azioni, sentimenti. Per far ciò, dunque, non basta comunicare ma, è necessario che dall’altra parte ci sia qualcuno predisposta ad ascoltare, a cogliere gli input e che in maniera attiva e partecipe dia un feedback. Qualcuno in grado di comprendere attraverso l’uso degli stessi canali e di rispondere relazionandosi.
  • La sensibilità strategica verso gli strumenti di SN è relativamente bassa: a fronte di centinaia di iscritti, gli utenti attivi reali sono molti di meno. Ancora meno sono gli utenti creativi, quelli che cioè “creano” contenuti. La proporzione qui segue quella degli utenti dell’enciclopedia online Wikipedia: 10/20/30/40: il 10% crea, i rimanenti sono gli utenti che creano con frequenza progressivamente inferiore, per finire agli utenti assolutamente non creativi.
  • Da insegnante vedo con i miei occhi che molti colleghi usano il pc per scopi vagamente collegati al lavoro quando devono consultare il cedolino dello stipendio ricevuto dal MIUR per email.
  • Vi sono “isole felici”/comunità di studenti e proff. che hanno sviluppato alcune piattaforme comunicative semi-chiuse su social network, alcune su Docebo, molte su Moodle, alcune su Ning.
    Rimangono però sempre isole scollegate fra loro: in sintesi, non vi è una “visione d’insieme”, strutturale, organica.
  • Possiamo chiedere al MIUR: “Obbligo di social network”?
  • Io sottoscritto ho partecipato attivamente alla campagna presidenziale USA pro-Obama perché coinvolto casualmente su Twitter, il microblogging. E’ evidente che mai e poi mai avrei potuto votare pro-Obama… Da allora spedisco/ricevo messaggini da decine di persone – americane e non – e progressivamente ho specializzato i miei contatti: questi sono diventati maggiormente mirati e professionali. Fra l’altro, ho scoperto tanti servizi e notizie utili.

Infine, penso chiaramente quanto segue:

  1. Penso che un social network sia pur sempre comunicazione. Ci sono tanti esempi di blog aziendali e alcuni sono assai interessanti ed efficaci.
  2. Guardate la classifica dei Top 5 Corporate Blogs (blog aziendali) secondo Technorati nel maggio 2008 (fonte: New PR Wiki):
    #5. Yahoo! Search – Authority: 1130
    #4. Facebook – Authority: 1478
    #3. Flickr – Authority: 1744
    #2. Adobe – Authority: 1797
    #1. Google – Authority: 8492

  3. Come in tante cose, ci vuole una dose di empatia, di volersi calare dentro l’emotività dell’altro, una buona carica di ironia e disincanto (ma rispettoso) verso le persone: quello che gli inglesi chiamano humour, perché almeno sul social network il clima sia piacevole.
  4. Il SN esiste se c’è comunicazione vera e desiderio di conoscere, di arricchirsi a vicenda, senza stramberie di sorta.
  5. Un SN online probabilmente è lo specchio più o meno fedele della qualità delle relazioni interpersonali reali.
  6. Infine. Sull’uso del SN in ambito lavorativo (anche aziendale) e coglierne le sfumature e/o implicazioni psicologiche è assai interessante visionare la presentazione “Il bisogno di socialità e la partecipazione democratica degli utenti” di Francesco Monico, direttore della Scuola di Media Design della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano visibile qui:
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 676 other followers