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Come recita l’apposita voce di Wikipedia, “In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse (storage, CPU) distribuite.”
La caratteristica principale di tale approccio è di rendere disponibili all’utilizzatore tali risorse come se fossero implementate da sistemi (server o periferiche personali) “standard”. L’implementazione effettiva delle risorse non è definita in modo dettagliato; anzi l’idea è proprio che l’implementazione sia un insieme eterogeneo e distribuito – the cloud, in inglese nuvola – di risorse le cui caratteristiche non sono note all’utilizzatore. Questa l’architettura del Cloud Computing, grazie all’immagine di Wikipedia:
Cloud_comp_architettura
“Una ragione per non usare le web application è la perdita del controllo” dice Richard Stallman (Free Software Foundation): i dati fluiscono liberamente tra qualsiasi postazione o thin client in giro per il mondo e i datacenter, ma a scapito della capacità del legittimo proprietario di disporne a suo piacimento. Basti pensare a cosa accadrebbe nel caso in cui un account venisse sottratto al suo titolare: da quello stesso account potrebbe partire una reazione a catena, che coinvolgerebbe tutti gli altri servizi ad esso collegati, stravolgendo le attività personali e lavorative di quello stesso individuo.
L’avvento del Cloud Computing secondo Stallman non fa altro che riproporre l’antica questione del software free contrapposto a quello non libero: “È un male proprio come usare programmi proprietari”. In ballo ci sarebbe persino la libertà personale: “Fate il vostro lavoro su un vostro computer con un programma che rispetti le vostre libertà: usando un programma proprietario sul server di qualcun altro si è senza difese. Vi state mettendo nelle mani di chiunque abbia sviluppato quel software”.
Dall’altro lato, i vantaggi del Cloud Computing potrebbero essere assai economici: sarebbe possibile evitare di acquistare software e aggiornare le macchine ogni volta che sia necessario perché tutto ciò (o quasi) che serve per lavorare è disponibile online, attraverso i programmi e suite online (come Google Docs, Microsoft Office Live Space, Zoho, ecc.). Inoltre, basta solamente procurarsi o crearsi un account specifico, spesso anch’esso gratuito, per accedere ai vari servizi.
Scuole, uffici pubblici e organizzazioni di varia origine e funzione potrebbero così destinare le ingenti risorse per dotare gli uffici dei software necessari per altri scopi, recuperando anche i soldi riservati all’acquisto delle licenze pluriennali. Dal canto suo, Stallman si scaglia a buona ragione contro il Cloud Computing perché quest’ultimo è – oggettivamente – un concorrente del software libero di cui egli è paladino. In un periodo come quello attuale dove tutti i mezzi di comunicazione vogliono localizzarci (con il GeoTagging, vedi mia voce nell’Enciclopedia Vodafone Lab) Giustamente Stallman si chiede: perché rivolgersi al Cloud Computing, rinunciare deliberatamente alla propria riservatezza, quando è possibile usare suite d’ufficio come OpenOffice, libere e gratuite, installabili ovunque?