Voki: Avatar parlanti a disposizione

Voki è un servizio gratuito che vi permette di creare avatar personalizzati parlanti e usarli nel vostro blog, – gratis e a vita – per contrassegnare il vostro profilo web e in messaggi via mail. Voki è stato elaborato da una ditta americana, l’Oddcast di New York, specializzata in tecnologie per i media e i contenuti digitali creati dal cliente.
Voki non si limita a dare la vostra voce agli avatar e ai personaggi virtuali che scegliete, ma fa parlare gli animali, mostri, ecc. Il vostro Voki potrà parlare con la voce che registrerete attraverso il microfono, un file audio precedentemente registrato o con il vostro telefonino. Inoltre, Voki può essere integrato in un’ampia serie di reti sociali o piattaforme chat, essere scaricato su cellulari dotati di video MMS. L’ultima curiosità è relativa al nome: Voki è la combinazione del latino “vox” (voce) e “Loki“, una parola riferita al personaggio burlone (o imbroglione, tipo Bertoldo) della mitologia antica norvegese.

Per i patiti di Avatar, ecco Na’vilator, traduttore inglese/Na’vi

Ah, se l’esimio professore di filologia antica-inglese R.R. Tolkien fosse ancora vivo! Sì, perché l’inventore del Signore degli Anelli è stato Rawlinson and Bosworth Professor di Inglese antico presso l’Università di Oxford dal 1925 al 1945 e quindi Merton Professor di Lingua e letteratura inglese dal 1945 al 1959. Cito Tolkien perché è grazie a lui che abbiamo un complesso sistema immaginifico e linguistico dietro la sua opera letteraria, assai radicata nelle antiche culture anglo-scandinave, nelle saghe nordiche e altro. Per avere un’idea, Tolkien inventò almeno 11 lingue…
Il film di James CameronAvatar, ha suscitato un interesse perlopiù simile, ma credo meno profondo – almeno dal punto di vista culturale – però ha sollecitato un professore, tale James Cunningham a creare il Na’vilator, traduttore dalla lingua inglese a quella dei Na’vi, il popolo alieno di Avatar. Questi Na’vi “parlano” una lingua inventata di sana pianta da Paul Frommer, professore della Marshall School of Business e con un dottorato in linguistica.
A voi la sperimentazione e il divertimento.

Apprendimento 2D e in 3D sincrono a confronto

So che sembrerà un approccio futuristico, ma non siamo troppo lontani dalla realtà, né da un’interazione personale reale (e vedremo perché). Qui riporto un video (in lingua inglese) del prof. Karl Kapp, docente di “Instructional Technology” e Assistant Director dell’Institute for Interactive Technologies alla Bloomsburg University of Pennsylvania (USA).

Il concetto di base è la possibilità di arricchire l’ambiente e i contenuti di apprendimento, anche attraverso l’analisi dell’interazione che lo studente dimostra con lo strumento (anche in termini di presenza/attività reale).
Il prof. Kapp ha collaborato all’iniziativa “Immersive Education“, una collaborazione no-profit a livello internazionale  fra università (Harvard, MIT Media Lab), istituti di ricerca, aziende varie (as es., Amazon, Oracle, ecc.). L’obiettivo dell’iniziativa è lavorare assieme per definire e sviluppare standard aperti, le migliori pratiche, piattaforme e comunità di supporto alla realtà virtuale e all’apprendimento online, compresi gioco e formazione professionale.

Perché Avatar va (comunque) visto

Ho visto Avatar a Natale fuori d’Italia. Doppiaggio permettendo, penso che sia tecnicamente interessante con una storia alquanto ambigua, divisa fra pseudo-difesa dell’ambiente e della cultura indigena e pseudo-machismo (il marine bianco che va a salvare e s’innamora dell’indigena). Ci sono scelte di sceneggiatura a volte un po’ ridicole: è il caso fondamentale del marine ormai in difficoltà di movimento (non ha più l’uso delle gambe) che grazie al macchinario da novello Frankenstein può tornare a camminare e a correre. Tuttavia, neanche il turbinìo di eventi può nascondere svariate assurdità. L’espediente dei ricercatori scientifici ingannati dalle vere intenzioni sfruttatrici della compagnia mineraria è inoltre già visto e rivisto, (per es. Atmosfera Zero, 1981, con Sean Connery) mentre ci sono alcuni personaggi che sembrano imprigionati dai loro cliche (tipo la Sigourney Weaver).
Per il resto, chiudete il cervello e rimanete affascinati dai colori e dalle scene tridimensionali di fantasia.
Che dire a livello didattico? Avatar va visto sia per la realizzazione tecnica che per lo sprazzo di luce che può gettare nell’immaginario oscuro dei nostri alunni e adulti. Come tutti i prodotti simili, il racconto epico cerca di assumere toni universali e paradigmatici validi per molti contesti (specie quelli occidentali), ma mentre ne Il Signore degli Anelli la storia aveva una robusta cornice culturale (Tolkien è stato per decenni professore di filologia anglosassone antica all’University of Oxford), un chiaro contrasto tra luce e oscurità, tra bene e male, in Avatar la lotta è molto più ambigua e diluita, ma questo non ne fa un pregio. Diciamo solo che come la Tv proietta un’idea di realtà che gli spettatori abbiano, anche Avatar da par suo cerca di fare la stessa cosa con l’idea di realtà virtuale che ci può aspettare.
Sarebbe interessante vedere le reazioni al film dei nostri alunni che con videogiochi e mondi virtuali passano molto tempo.

Uno, nessuno e centomila identità (online): Quanto e perché cambiamo con il Web 2.0?

Da quando esiste, internet ha posto le questioni dell’anoninimità sul Web, l’assunzione di nuove personalità e identità multiple, scatenando un dibattito senza fine. In poche parole: dovremmo o no rivelare le nostre vere identità online? Dovremmo forse nascondere chi siamo e “viaggiare nel cyberspazio” senza timori e problemi?
A favore della prima idea, rivelare la vera identità, possiamo dire:

  • Alle persone piace sentire/avere a che fare con gente vera. E’ decisamente assai più facile fidarsi e trocare affidabile contenuti e proposte da chi si può rintracciare con nome e cognome. Tutto risulta quindi molto realistico. Questa scuola di pensiero prevede di dare maggiori informazioni possibili su se stessi, anche per non creare fraintendimenti.

  • Per gli educatori. Risulta davvero difficile entrare in contatto con gruppi e forum senza presentarsi e non dire di essere docenti a molti sembra impensabile. D’altra parte, perché aprirsi a chi nega la propria identità a noi stessi?

    Perché non rivelare la propria identità?

  • Il Web è il luogo dell’anonimità per eccellenza. Questo però fa a pugni con la comunicazione vera.
  • Non si può controllare chi accede alle nostre informazioni online. Il risultato è che bisogna proteggere la nostra privacy, a patto di stabilire con chiarezza quanta della nostra identità sia privata e quanta, invece, può essere  divulgata  online. Quest’ultimo problema emerge specialmente quando i nostri dettagli e le nostre informazioni sono “rivendute” da tanti altri siti. Per intenderci, quando ci colleghiamo e operiamo su Facebook è il caso di scegliere con molta cura cosa e quanto divulgare, visto che Facebook stesso in seguito “spargerà” le notizie in maniera virale.
  • Cos’è tutto questo GeoTagging? Mica devono sapere che sono nel Wc… Molto del Web 2.0 o sociale è tale proprio perché gran parte dell’identità personale nel mondo del Web 2.0 viene “scambiata”, acquisita, rivista, ecc. in maniera assai rapida e funzionale. Per chiarire: il Web 2.0 ci permette di pagare servizi online, rivedere le partite di calcio e gli sceneggiati televisivi preferiti, scaricare film e canzoni del cuore (anche se sempre a proprio rischio e pericolo, in termini legali) e molto altro. Ebbene, tutto questo scambio ha un prezzo che si chiama “Account” (l’identificativo personale per fruire dei servizi) o “Condivisione del profilo personale” (il pedaggio da pagare oltre l’email dell’account personale), ecc.

Una soluzione pratica che ci permetta di trovare un punto d’incontro bilanciato è l’uso sistematico di aliases e di un avatar al posto della foto personale.

Qui appresso propongo un interessante video (in inglese) di Dick Clarence all’O’Reilly Open Conference sull’identità nel Web 2.o