La nostra identità secondo Todorov: una e centomila

Ci sono delle letture che ogni tanto si ha la fortuna di fare. Ogni tanto vi sono “maestri” che meritano di essere rivisti, come è il caso del linguista Tzvetan Todorov qualche giorno fa sul quotidiano torinese La Stampa, dal titolo “Todorov: la nostra identità, una e centomila“, apparsa giorno 10 marzo scorso.
L’incontro con l’altro non deve fare paura: tutti i gruppi umani sono in sé pluriculturali: questo è in sintesi il pensiero di Todorov, di cui riporto una breva citazione:
le identità culturali non coincidono tra loro, non formano territori chiaramente delimitati dove i diversi ingredienti si sovrappongono. Ogni individuo è pluriculturale; la sua cultura non assomiglia a un’isola monolitica, ma si presenta come il risultato di alluvioni che si sono incrociate.
Perché citare Todorov in questo blog? Pensateci: in fondo, il Web 2.0 o cosiddetto “sociale” non mette le varie identità e culture di provenienza in costante confronto e accostamento?

Lettura, Internet, Facebook e il Web

C’è chi dice che Facebook e Internet in generale “impoveriscono” la scrittura, peggio: alterano il nostro cervello attraverso la ripetitività dei gesti e uno stato di perpetua distrazione. L’esponente più noto e influente di questa “corrente anti-Web” è lo scrittore americano Nicholas Carr (vedi http://u.nu/9arre) Qualche anno fa (2005) Carr aveva addirittura definito il Web 2.0 (questo web che ‘socializza’ e condivide informazioni, foto, musica, ecc.) “amorale” (vedi http://u.nu/9frre): è un insieme di macchine che altera le forme e l’economia della produzione e del consumo. In sintesi, quello che il Web 2.0 rappresenta – participazione, collettivismo, comunità virtuali, passione amatoriale – non è veramente positivo se tutto ciò porta alla semplificazione e all’errore. Il caso che Carr porta è la comparazione fra le notizie frammentarie di Wikipedia e la completezza di quelle nell’Enciclopedia Britannica.
Ancora Carr, proprio 2 anni fa, si chiedeva: “Is Google Making Us Stupid?“, quasi a prefigurare un proposito ‘ottundente’ del famoso motore di ricerca. Ebbene, non è proprio un delitto trascorrere qualche tempo online, specie se si considera l’impatto “umanizzante” del Web. In Italia Umberto Eco addirittura poche settimane fa chiedeva di “non fare il funerale ai libri” (vedi L’Espresso, qui), come se Ipad, lettori elettronici di libri (eBook) possano portare alla ‘morte della cultura’ in forma cartacea. Se facciamo attenzione, è come se si dicesse: “Non comprate lettori MP3, perché se no la musica intera morirà”. Con tutto il rispetto per Eco, volendo usare un termine romanesco, questo mi pare una fregnaccia col botto.
E’ un dato di fatto che l’elaborazione e produzione di libri sia lenta. E’ altrettanto vero che lo spirito di aggregazione e la tendenza umana a condividere percorsi e comportanenti siano elementi concreti, storicamente acquisiti da millenni. Oggi ci confrontiamo con la necessaria gestione di masse enormi di informazioni e dati. Allo stesso tempo dobbiamo elaborare e maturare parte di queste informazioni, segnalarle, condividerle, ristrutturarle: questa è la frontiera che la cultura del XXI secolo si trova a esplorare, anche a dispetto dei vari critici del Web.

Oggi mi trovo a rivalutare anche Facebook per un rinnovato interesse nella scrittura enella condivisione, come se stessi di fronte a un romanzo epistolare settecentesco. Capita che riesca a scambiare opinioni e sensazioni approfondite con qualche amico/a fessobucchiano/a e non trovo l’esperienza per nulla banale o semplificata. Sembrerà banale quello che scrivo adesso: se c’è qualcosa da comunicare e su cui riflettere, allora qualsiasi mezzo è buone, Facebook  compreso.
Insomma, non moriremo se al posto della penna useremo i ‘Post’ di Facebook e Google Docs…
Per approfondire il tema:
1) Luca Lorenzetti (2010) Scrivere 2.o. Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive, Milano: Hoepli;
2) George P. Landow (1998) L’Ipertesto. Tecnologie digitali e critica letteraria, Milano: Bruno Mondadori;
3) Derrick De Kerckhove (2008) Dall’alfabeto a Internet. L’homme litteré: alfabetizzazione, cultura, tecnologia, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

Comprarsi l’E-Reader, tenersi il pc, o meglio leggere i testi online? (1)

Confesso che il titolo contiene una domanda volutamente provocatoria perché cerco di fare il punto sulla situazione esistente e sulle prospettive circa la condivisione di testi, di conoscenze, di ricerca di informazioni e la loro rielaborazione. In più, da semplice insegnante mi chiedo se valga la pena spendere tutti questi soldi per comprare uno strumento.
Nel mio piccolo, inoltre, ho avuto la spinta a scrivere questo post di fronte alla varietà di servizi che il Web 2.0 mette a disposizione degli utenti e rispetto all’offerta di strumenti pratici quali gli E-Reader e/o i computer portatili, che io qui limito ai vari Bookeen Cybook Gen3 (quello de La Stampa, per intenderci), Sony Reader, Amazon Kindle, Apple MacBook Air, Asus NetBook.
In poche parole: vale la pena procurarsi un E-Reader quando per una cifra simile è possibile procurarsi e adoperare un computer portatile, un Netbook che oltre alla visione di testi permette il collegamento Internet, la produttività personale, una certa manipolazione di file audio-video, la connessione con le reti sociali, ecc.? Inoltre, perché acquistare l’E-Reader quando un browser come Mozilla Firefox mette a disposizione un servizio aggiuntivo proprio dedicato alla lettura di testi online che supplisce il reader?
Certo, se penso al magnifico MacBook Air, il costo vola molto e se si dà conto a tutte le indiscrezioni che girano in rete, bisognerebbe aspettare il fantomatico Tablet che Apple potrebbe lanciare da qui a qualche mese. Pare che tale device possa avere connessione wi-fi, schermo a tocco resistivo, possibilità di riproduzione audio-video: una sorta di iPod di alto livello. Pare, perché di fronte a tutti i sussurri e ipotesi ancora non c’è nulla di concreto.
Un’altra buona ragione per dubitare se sia davvero utile sborsare i soldi per l’E-Reader è la presenza di Google Books: meravigliosamente integrato con il Vostro account Gmail, Books permette di cercare una miriade infinita di testi, di citazioni, di articoli utili per riviste, articoli di studio, e molto altro. Oggettivamente, trovo Google Books davvero utile e pratico da usare, specie se consideriamo la flessibilità nei parametri di ricerca avanzata. Dal punto di vista didattico, Google Books è probabilmente lo strumento più interessante e “amichevole”, nel senso che tutti possono padroneggiarlo, tutte le classi possono usufruirne con una semplice connessione di rete, con un adeguata programmazione culturale e gratis. Inoltre, Google Books potrebbe contribuire a:

  • Ricerca e sintesi d’informazioni, semplici e complesse;
  • Integrazione di abilità connettive con quelle più propriamente testuali;
  • Attività di problem-solving;
  • Attività di ricerca-azione;
  • Motivazione e curiosità personali.

Ma se parliamo di Web 2.0 dobbiamo tenere in conto la produttività e la creatività personali, la condivisione di quanto originato, la possibilità di “taggare” il documento in oggetto e farlo risaltare agli occhi dei tanti altri navigatori internet. Questo sarà l’oggetto del prossimo post.

aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi

Per correttezza premetto che NON sono io l’autore di quel che leggerete appresso, perché ho tratto il materiale dalla lettura di questo articolo apparso su Il Fatto Quotidiano del 3 Gennaio 2010. Aldilà delle opinioni politiche personali, ritengo che sia utile e meritevole d’attenzione, specialmente per inquadrare i mutamenti culturali attuali, che si riflettono anche nella maniera di “consumare” i prodotti culturali, libri inclusi e che giustamente sono condivisi attraverso il Web.

Si chiama aNobii ed è il maggior social network letterario sulla piazza: in catalogo quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità

di Nicola Lagioia,

I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore (“un pazzo che si credeva Victor Hugo”, lo definì Cocteau) non lo avesse scritto. Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale.
Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta (Anobium) si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on-line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di Casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB (“Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male”), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro.
Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium (“Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione”), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac Mc-Carthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo.
Grazie aNobii, e grazie EnzoB. La cosa più sorprendente di aNobii (le cui 600 recensioni più popolari sono state raccolte da poco su volume per Rizzoli) non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque Paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su aNobii-Francia conta appena 30 lettori, è finito nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia.
E Pastorale americana? Mentre i connazionali di Roth che lo hanno inserito nella bacheca virtuale sono 39, i lettori di casa nostra ammontano provvisoriamente a 3063. Per non parlare dei best seller (La solitudine dei numeri primi, recensita e discussa da oltre diecimila utenti) e del fatto che sono italiani i gruppi di lettura più vitali, e le più attive costellazioni di forum che fanno capo al social network. Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, è meno popolata di Paesi come gli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto di informatica.
A che imputare questo successo? Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un Paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre più oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione è quanto meno rivitalizzante.
Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la “morte della critica militante”. Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori (“e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale”? mi sono spesso domandato).
I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose.
Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.