Pixelpipe: Pubblica all’istante foto, testi, audiovideo in oltre 100 siti

Mettiamo che abbiamo vari account su differenti Social Network: Facebook, Twitter, YouTube, ecc. Mettiamo pure che ci ritroviamo un breve e bel cortometraggio che pensiamo sia bello condividere con gli amici: ecco, Pixelpipe (letteralmente: conduttura di pixel) c permette di condividere il tutto.
Pixelpipe è un portale di distribuzione di contenuti che permetterà a noi utenti di pubblicare testi, foto, video, audio in un sol colpo su oltre 100 siti di social network (blog e servizi di cloud computing compresi) cui siamo collegati. Pixelpipe funziona grosso modo come Ping.fm, presentando una specie di console con tutti i servizi di reti sociali cui siamo collegati. Come accennato, Pixelpipe memorizza anche i file in oggetto pure online, li indirizza cioè ai servizi di online storage (memoria online) tipo Apple MobileMe, Windows Live, Dropbox, ecc.
E’ possibile interagire anche attraverso il telefono cellulare e non solo via desktop o portatile. Una volta collegati, potremo interagire via e-mail, con tutti i telefonini dotati di sistema Symbian S60, Google Picasa e Android, con l’iPhone ed MMS, nonché caricare con il plugin di Mozilla Firefox, di Windows XP Web Publisher Wizard, ecc. Infine, Pixelpipe riconosce in automatico le immagini e “traduce” i parametri dei programmi di foto-ritocco presenti nel vostro computer, da Adobe Lightroom ad Apple Aperture (in Linux basta utilizzare Google Picasa). Chicca finale: per chi fosse patito della “localizzazione” delle foto (Geotagging), è possibile pure collegare le immagini alla mappa corrispondente.

Interazione sociale e conoscenze

I tecnicismi e l’orgia di problemi che ci (a noi insegnanti, intendo) richiedono soluzioni pratiche e immediatamente spendibili a volte ci fanno dimenticare la cornice culturale di fondo che aiuterebbe a trovare le soluzioni medesime. Cosa intendo dire? Semplicemente dico che bisogna rivalutare, anche in ambito tecnologico, l’apporto di Lev Vygotskij alla partecipazione  e alla collaborazione di tutti nella costruzione delle conoscenze.
Bisognerebbe, quindi, tenere bene a mente che

L’interazione sociale rende i processi di pensiero ‘visibili’, ossia pubblici e condivisi, dando loro un valore sociale, e suddivide il carico cognitivo per cui è il gruppo a sostenere un più ampio spazio mentale necessario allo svolgimento delle attività. Gli studenti vengono socializzati ad essere attivi, metacognitivamente consapevoli mediante la partecipazione a comunità che richiedono loro di pensare e riflettere, considerare se stessi come impegnati in analisi critiche e risoluzioni di problemi per trasformare la conoscenza, a partire dalla revisione delle proprie credenze. E’ all’interno della comunità che può essere particolarmente stimolata e sostenuta la costruzione e ri-costruzione continua di concetti condivisi e condivisibili.

L. S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche, Roma-Bari: Laterza, 1992 (1934 1a), cit. in L. Mason (1999), Concettualizzazione e insegnamento, in C. Pontecorvo (a cura di), Manuale di psicologia dell’educazione, Bologna: Il Mulino, pp. 243-270.

Formazione, istruzione, affettività e socialità

Confidarsi troppo è un rischio? Pare proprio di sì, secondo uno studio effettuato dalla dottoressa Joanne Davila, docente di psicologia presso la Stony Brook University di New York ed è stato suddiviso in due parti: nella prima parte la dottoressa ha intervistato 83 ragazzine di età media intorno ai 13 anni, chiedendo loro quanto tempo dedicassero nell’arco della giornata a comunicare via Internet con i loro amici riguardo ai loro primi batticuori, alle prime vicende affettive. La seconda fase è avvenuta ad un anno di distanza: in una nuova seduta la dottoressa ha valutato gli eventuali progressi, sottoponendo poi le teenager ai consueti test volti a determinare la presenza di eventuali sintomi depressivi.
Dai risultati dello studio, secondo la dottoressa Davila, sembrerebbe emergere una stretta relazione tra l’aumentare del tempo passato a discutere dei propri problemi su Internet e l’aumentare del rischio di cadere in depressione. Il tutto sarebbe amplificato poi dal massiccio diffondersi di piattaforme di social network come Facebook, senza dimenticare i blog e l’instant messaging. Insomma, abusare dei social network può portare le giovani menti alla depressione.
Eppure, proprio le ragazzine sembrano “mettere se stesse” nella condivisione sociale dei network, sembrano esprimersi più interiormente e con maggiore ricchezza emotiva, anche secondo quanto delinea Enrico Marchetto in “Su Facebook, come nei blog, le donne espongono di più la loro vita intima” e anche secondo la modesta esperienza di chi scrive risulta che le alunne gettino una luce sulla loro interiorità maggiore rispetto ai maschietti, esprimano cose personali qualitativamente e quantitativamente in misura maggiore.
In altre parole, esiste un complesso imprescindibile che associa alfabetizzazione culturale, intelligenza emotiva e alfabetizzazione digitale e i mezzi di comunicazione non fanno altro che esprimere (oppure no) l’integrazione e il pieno (oppure no) sviluppo delle potenzialità della persona. Parlare d’istruzione digitale servirebbe a poco se non si inquadra in un processo complessivo di formazione della persona che sappia bilanciare il peso della propria interiorità da condividere, ma anche la socializzazione del proprio interiore è un elemento delicato, da non effettuare in ogni caso per bisogno di comunicazione, di evasione/fuga dalla solitudine o per desiderio di amicizie e conoscenze. Non sono uno psicologo, né un esperto di counseling, ma credo si possa dire che anche in questo caso (dell’uso dei social network) sia sempre opportuno tenere in considerazione il rispetto della propria intimità. Beninteso, qui l’oggetto primario del mio post non è l’aspetto normativo-repressivo, sebbene non mancano (purtroppo) casi di abusi e di violenza anche psico-fisica perpetrati grazie all’aiuto dei social network: da educatore (se ci riesco) vorrei affinare i miei alunni a sapersi destreggiare nel mare magnum di Internet, in modo tale che essi stessi possano e sappiano fare le cose più adeguate per il loro benessere.

aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi

Per correttezza premetto che NON sono io l’autore di quel che leggerete appresso, perché ho tratto il materiale dalla lettura di questo articolo apparso su Il Fatto Quotidiano del 3 Gennaio 2010. Aldilà delle opinioni politiche personali, ritengo che sia utile e meritevole d’attenzione, specialmente per inquadrare i mutamenti culturali attuali, che si riflettono anche nella maniera di “consumare” i prodotti culturali, libri inclusi e che giustamente sono condivisi attraverso il Web.

Si chiama aNobii ed è il maggior social network letterario sulla piazza: in catalogo quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità

di Nicola Lagioia,

I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore (“un pazzo che si credeva Victor Hugo”, lo definì Cocteau) non lo avesse scritto. Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale.
Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta (Anobium) si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on-line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di Casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB (“Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male”), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro.
Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium (“Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione”), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac Mc-Carthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo.
Grazie aNobii, e grazie EnzoB. La cosa più sorprendente di aNobii (le cui 600 recensioni più popolari sono state raccolte da poco su volume per Rizzoli) non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque Paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su aNobii-Francia conta appena 30 lettori, è finito nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia.
E Pastorale americana? Mentre i connazionali di Roth che lo hanno inserito nella bacheca virtuale sono 39, i lettori di casa nostra ammontano provvisoriamente a 3063. Per non parlare dei best seller (La solitudine dei numeri primi, recensita e discussa da oltre diecimila utenti) e del fatto che sono italiani i gruppi di lettura più vitali, e le più attive costellazioni di forum che fanno capo al social network. Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, è meno popolata di Paesi come gli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto di informatica.
A che imputare questo successo? Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un Paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre più oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione è quanto meno rivitalizzante.
Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la “morte della critica militante”. Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori (“e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale”? mi sono spesso domandato).
I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose.
Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.

Telefonino e internet non isolano, anzi, migliorano la socializzazione

Una recente ricerca dell’americano Pew Internet & American Life Project ribalta l’accusa contro la tecnologia, colpevole di acuire la solitudine degli individui. Il sondaggio è stato condotto su 2.500 statunitensi per analizzare il legame tra tecnologia e isolamento: i ricercatori hanno concluso che l’impiego dei moderni mezzi di comunicazione migliora le possibilità di entrare in contatto con gli altri.
A incidere positivamente sono soprattutto i social network, ormai diventati delle piazze virtuali, luoghi di incontro in cui esprimere le proprie idee e confrontarsi con persone appartenenti a contesti sociali, economici e culturali diversi. Ma non solo. Anche chi usa il cellulare, l’instant messaging e i servizi per condividere foto risulta avere una «rete di discussione» più ampia e variegata.
Le ore passate davanti agli schermi di computer e telefoni non vanno a scapito delle relazioni nella vita reale. Tutt’altro. «Gli utenti di cellulare, chi usa spesso internet al lavoro e i blogger è più probabile che appartenga ad associazioni locali di volontariato», dicono gli esperti, anche se «l’uso dei social network a volte sostituisce qualche rapporto di vicinato».
A questo punto sarebbe interessante verificare l’effetto di telefonini, social network, e altro nel contesto italiano (al di là di quello che succede in Europa).

IBM & MIT: I Social Media valgono, eccome… $948 per indirizzo email

Utilizzare le reti sociali per condividere conoscenza ed esperienze professionali può essere molto fruttuoso, anche dal punto di vista economico. È quanto emerge da uno studio condotto da un team di ricercatori di IBM e del MIT, secondo il quale i lavoratori più comunicativi con dirigenti e colleghi tenderebbero a guadagnare di più:
This study presents new empirical evidence on the relationship between information worker productivity and social capital generated from social networks. As the information content of work increases, studying how information workers generate value through both technological and social means is important.”
La materia di cui gli esperti discutono, ovvero quella basata sui fitti ed intricati meccanismi della comunicazione via web, diviene sempre più interessante anche e soprattutto per molte aziende, soprattutto se orbita intorno al social networking: è così che anche per Google, i link del metamondo sociale assumono un nuovo valore.
Secondo lo studio (presentato alla Winter Information Systems Conference, Salt Lake City, UT, Feb. 2009, reperibile qui le slides della presentazione), pubblicato dal colosso dell’IT in collaborazione con alcuni esperti del Massachusetts Institute of Technology, il valore di una fitta corrispondenza tra manager e dipendenti sarebbe quantificabile in una somma di denaro: $948 per ciascun indirizzo email nella nostra rubrica. Dalle rilevazioni fatte, prendendo come campione un pool di oltre 7mila dipendenti di IBM con le rispettive rubriche di contatti, siano essi indipendentemente raggiunti via mail o via social network, è stato possibile scoprire che chi è solito effettuare una massiccia comunicazione a livello aziendale riesce a produrre una somma pari a 588 dollari in più della media, stimata a 948 dollari. Tali risultati sarebbero stati ottenuti utilizzando una non meglio specificata formula matematica utile ad analizzare il traffico email di ogni singolo utente per il periodo di un anno. In seguito, i dati ottenuti sono stati comparati con le performance, stabilite in base alle ore fatturabili.
Inoltre, si rileva che “Little research leverages the ample data that are created by people‘s interactions, such as e-mail, call logs, text messaging, document repositories, web 2.0 tools, and so on. This gap is problematic, because the literature on organizational networks suffers from the same deficits as much of the social network literature does: both tend to be focused on small, static networks.”
In altre parole, vi è il problema di una ricerca che non valorizza adeguatamente l’esistente e grande mole di dati e interazioni sociali come email, SMS, repertori di documenti, strumenti del Web 2.0 e il gap che ne consegue risiede nel dedicare l’attenzione – invece – a reti statiche, piccole e [aggiungo io] scarsamente collaborative.